Andrea Cavallari in fuga dopo la laurea: il racconto duro del patrigno svela errori e ferite mai sanate. Scopri la storia dietro la clamorosa evasione.
Ha preso il permesso per laurearsi. È sparito nel nulla.
Andrea Cavallari è evaso così. Uscito dal carcere della Dozza con un permesso premio per discutere la tesi in Giurisprudenza. Doveva essere un segno di fiducia. È diventato un boomerang.
Il 26enne, condannato a quasi 12 anni per la strage della Lanterna Azzurra di Corinaldo, in cui morirono sei persone, tra cui cinque minorenni, ha fatto perdere le sue tracce giovedì 3 luglio. Nessuna scorta. Nessuna precauzione. Solo la speranza che rispettasse le regole.
E c’è chi non si stupisce affatto. Marco Montanari, il patrigno che lo ha cresciuto come un figlio, non usa mezzi termini. Parla con la rassegnazione di chi ha già smesso di illudersi. Spiega di aver provato a essere un padre, senza riuscire a cambiarlo. È convinto che Andrea non abbia mai davvero capito cosa ha fatto quella notte maledetta di sette anni fa.
L’appello l’aveva già lanciato: chiedeva al figliastro di tornare indietro, di costituirsi, di dare un segnale di pentimento. Nulla. Silenzio. Andrea è svanito, probabilmente in cerca della fidanzata, anche lei introvabile.
Il racconto di quella giornata ha il sapore amaro di un’occasione sprecata. Montanari e la moglie erano andati a prenderlo in carcere. Hanno assistito alla cerimonia di laurea in via Zamboni a Bologna. Poi un pranzo insieme, quasi fosse una famiglia normale. La nonna presente. Un amico che si offre di dargli un passaggio. Doveva andare dalla fidanzata. E da allora più niente.
Montanari non nasconde la propria frustrazione. Dice che Andrea era sempre stato chiuso, freddo, poco incline a parlare davvero di quella tragedia. Non sa se si sia mai pentito sul serio. A volte hanno affrontato l’argomento, ma restava un muro.
Il patrigno non risparmia accuse al sistema. Lo considera un errore imperdonabile non aver previsto nemmeno un agente in borghese. Ritiene assurdo che si possa lasciare da solo un condannato per una strage, affidandolo alla famiglia che già fatica a gestirlo. Per lui questa fuga non è un tradimento, ma la conferma di un fallimento più grande.
Un legame nato quando Andrea aveva appena quattro anni e mezzo, cresciuto senza un’adozione formale ma con la volontà di dargli una guida. O almeno provarci. Montanari ammette che forse non è stato abbastanza. Nonostante tutti gli sforzi, non è riuscito a tenerlo lontano dal baratro.
Ora restano solo rabbia e impotenza. Un permesso concesso per ricostruirsi un futuro si è trasformato nell’ennesima fuga. E lascia dietro di sé ferite riaperte, polemiche roventi sulla gestione dei permessi, famiglie distrutte, vittime senza giustizia compiuta.
La domanda che risuona è se si potesse evitare tutto questo. Ma la risposta, ormai, non consola più nessuno.
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