Garlasco, dallo scandalo del santuario alla pista del mandante: la storia di Lovati e Bocellari svela nuove verità sul caso Chiara Poggi. Scoprile e scrivi la tua opinione.
Un nuovo colpo di scena scuote la vicenda di Chiara Poggi. Dopo anni di silenzio, l’avvocato Massimo Lovati rompe il muro dell’omertà con una rivelazione sconvolgente: la Chiesa avrebbe ucciso Chiara. Lo separa subito da una precisa dichiarazione: si tratta di un sogno. Eppure lo racconta con precisione, come se fosse scaturito dalla sua esperienza sul territorio.
Lovati parte dalle mura del Santuario della Madonna della Bozzola, ai confini di Garlasco. Un luogo sacro divenuto teatro di scandali: nel 2014 emerse un caso clamoroso che coinvolse don Gregorio Vitali, sospettato in un audio di comportamenti inappropriati, confermati poi in parte. Il parroco fu sospeso, due persone furono condannate per estorsione. Secondo Lovati quei fatti risalirebbero al 2012 e farebbero emergere solo la punta di un iceberg.
Sotto accusa finisce Stasi: Lovati insinua che non sia l’esecutore, ma un complice silenzioso. Accusa Stasi di aver mentito ripetutamente sulla scoperta del corpo. Afferma che tra carcere o morte la scelta cadde su quest’ultima, inflitta da più mandanti “vestiti di bianco”.
Lovati tiene a precisare che non vuole intimidire la famiglia Cappa. Non conosce origine o couleur, ma ribadisce: i mandanti erano “in bianco”. Smentisce rituali sacri o messe nere: quel “sogno” si sarebbe svolto “forse lì vicino”. Ribadisce: è soltanto un sogno, da scrivere così.
Aggiunge poi una riflessione sul killer: il modus operandi dell’uccisione di Chiara sarebbe quello di un professionista, studiato per depistare. Cita il caso Trotsky per spiegare come un sicario possa agire per conto di poteri più grandi.
Esclude qualsiasi coinvolgimento di Andrea Sempio: non hanno mai discusso la teoria, non esistono legami con chiese o oratori. Lovati conclude chiedendo al giudice di valutare le consulenze e quel “sogno”, che potrebbe diventare materia per un romanzo, mentre lui confessa stanchezza e preoccupazione.
Sul fronte difensivo, Giada Bocellari – legale di Stasi – dichiara sull’impronta 33: una traccia biologica densa sul muro, non un semplice passaggio, definita come “una mano che pressa a lungo”.
Secondo lei, l’omicidio si svolse in tre atti: primo colpo all’ingresso, poi il corpo trascinato e infine l’attacco finale che stacca tutto lo scenario da un tentativo sporco. Solo nella terza fase emerge un unico soggetto, quello che lascia impronte insanguinate.
Ancora la Bocellari ricorda le minacce ricevute mentre indagava su suicidi successivi alla morte di Chiara e sulla misteriosa atmosfera che avvolgeva il Santuario. Ma conclude che, se c’è un legame con l’omicidio, lei non l’ha trovato.
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